L’articolo precedente, tratto come sapete da una raccolta di “racconti indiani”, è una sorta di “velo”, cioè racconta un continuo paradosso.

Di quale paradosso staiamo parlando?
Semplice, staiamo parlando del “paradosso della richiesta”!
Per farvi capire meglio, vi do un consiglio: rileggete l’articolo precedente, ma non come l’avete letto finora, leggetelo facendo attenzione a cosa accade in voi, a quel che accade nella vostra coscienza.
Notate la struttura del testo? Forse no, infatti  tale struttura è fatta apposta per procurare una continua dissociazione di spazio e di tempo nel lettore, essa è un continuo: “C’era una volta…” .
Tecnicamente, se state attenti, vi serve per comprendere la differenza tra “vista esterna” e “vista interna”, traducendolo in pratica, direi che vi mostra “come fate” a entrare in un pensiero.
Naturalmente, ogni racconto, oppure parabola, usa questa strategia.
“C’era una volta…” significa “non adesso”!
La faccenda è “essenziale”, cioè riguarda un “non tempo” e un “non spazio”.
Questo non è comprensibile adesso, ma conto che lo diventi a breve…
Cominciamo:
C’era una volta un giovane principe, Kamadamana, «Domatore di desideri», che, comportandosi secondo lo spirito del suo nome, passava la vita praticando le più rigide discipline ascetiche.
Ecco, fate una prova, cosi sul momento, provate a leggere questa riga senza il “c’era una volta…”, scoprite da voi la differenza…
Un giovane principe, Kamadamana, «Domatore di desideri», che, comportandosi secondo lo spirito del suo nome, passava la vita praticando le più rigide discipline ascetiche.
Fa un effetto diverso?
Ok, ritorniamo all’originale:
C’era una volta un giovane principe, Kamadamana, «Domatore di desideri», che, comportandosi secondo lo spirito del suo nome, passava la vita praticando le più rigide discipline ascetiche. Ma suo padre, che desiderava che egli si sposasse, un giorno gli rivolse queste parole: «Kamadamana, figlio mio, che ti succede? Perché non prendi moglie? Il matrimonio porta la realizzazione di tutti i desideri di un uomo e il raggiungimento della perfetta felicità. Le donne sono la radice stessa della felicità e del benessere. Perciò va’, figlio mio, e sposati». Il giovane rimase silenzioso per rispetto verso il padre. Ma quando poi il re insistette e lo esortò ripetutamente, Kamadamana rispose: «Amato padre, io seguo la linea di condotta indicata dal mio nome. Il divino potere di Vishnu, che sostiene e tiene avviluppati sia noi stessi sia tutto ciò che è al mondo, mi è stato rivelato». Il regale genitore si arrestò solo un momento per riconsiderare il problema, e poi accortamente imperniò le sue argomentazioni non più sul richiamo del piacere personale ma su quello del dovere. Un uomo dovrebbe sposarsi, dichiarò, per generare una prole, in modo che gli spiriti ancestrali nel regno dei padri non rimangano privi delle offerte di cibo dei discendenti e non piombino in miseria e disperazione indescrivibili.
«Amato padre » disse il giovane « sono passato attraverso migliaia di vite. Ho sofferto morte e vecchiaia molte centinaia di volte. Ho conosciuto l’unione con la sposa e la perdita. Sono stato erba e cespuglio, albero e rampicante. Ho vissuto fra gli animali domestici e le fiere. Molte centinaia di volte sono stato un brahmano, una donna, un uomo. Ho condiviso la beatitudine delle dimore celesti di Siva, ho vissuto fra gli immortali. In verità neppure fra gli esseri sovrumani esiste varietà alcuna la cui forma io non abbia assunto più di una volta: sono stato demone, spirito maligno, guardiano dei tesori della terra; sono stato uno spirito delle acque fluviali; sono stato una ninfa celeste; sono stato anche re dei demoni-serpente, Nagaraja. Ogni volta che il cosmo si è dissolto per essere riassorbito nell’essenza, forma del Divino, sono svanito anch’io; e quando poi l’universo si sviluppava di nuovo, anch’io ritornavo all’esistenza, per vivere un’altra serie di rinascite. Senza cessare sono caduto vittima dell’illusione dell’esistenza, e sempre per aver preso moglie.
«Lascia che ti narri» continuò il giovane «qualcosa che mi è accaduto durante la mia penultima incarnazione. Il mio nome in quell’esistenza era Sutapas, “colui il cui ascetismo è buono”. Ero un asceta e la mia ardente devozione per Vishnu, il Signore dell’Universo, mi conquistò il Suo favore. Compiaciuto perché avevo portato a buon fine numerosi voti, egli apparve dinanzi ai miei occhi mortali, assiso su Garuda, l’uccello celeste. “Ti concedo un desiderio” disse. Qualunque cosa desideri sarà tua”. «Al Signore dell’Universo diedi questa risposta: “Se sei compiaciuto di me, fammi comprendere la tua maya!”. “A che ti servirebbe comprendere la mia maya?” rispose il dio. “Ti concederò invece lunga vita, l’adempimento dei tuoi doveri e compiti sociali, ogni ricchezza, salute, e piacere, e figli eroici”. “Questo,” dissi io “proprio questo è ciò di cui desidero liberarmi e che voglio superare”. – Il dio proseguì: “Nessuno può comprendere la mia maya. Nessuno l’ha mai compresa. Non vi sarà mai alcuno capace di penetrarne il segreto. Molto, molto tempo fa, viveva un santo veggente di nome Narada, simile agli dèi, che era figlio dello stesso dio Brahma, e pieno di ardente devozione verso di me. Come te, meritò la mia grazia, e gli apparvi, proprio come ora appaio a te. Gli concessi un desiderio e Narada chiese esattamente quello che hai chiesto tu. Benché l’avessi ammonito di non indagare oltre il segreto della mia maya, egli insistette, proprio come te. Quindi gli dissi: ‘Tuffati in quell’acqua e sperimenterai il segreto della mia maya. Narada si immerse nel laghetto.
Solo in questa prima parte del racconto, ci sono ben 4 strutture “C’era una volta…”, le ho riportate in neretto…
Chiaro che esse agiscano sulla coscienza del lettore.
Dopo le prime TRE volte, arriva la “richiesta paradossale”, sotto forma di ricatto: ” SE sei compiaciuto di me,(allora) fammi comprendere la TUA Maya”…
La richiesta è paradossale!
Infatti la risposta è: “A che ti servirebbe comprendere la MIA Maya”?
Ora, l’uso dei due aggettivi possessivi “tua” e “mia”, vi dicono che siamo nel paradosso della comprensione.
La richiesta è insensata, Satupas o Narada sono “non reali”, sono essi stessi Maya!
Inoltre, il Vishnù con cui essi parlano è solo ” IL LORO PENSATO DI VISHNU'”… quindi Maya pure lui!
Tuttavia in questo senso, il “dialogo tra il Pensato di Narada” e il “dio” “pensato da Narada” coglie esattamente la questione: se esiste un “pensato di Dio”, esso può esistere “come complemento dell’esistenza dell’Essenza di Dio stesso”.
Cioè tradotto, il mentale ESISTE SOLO SE ESISTE LO SPIRITUALE, MAI L’INVERSO!
Il mentale quindi non è mai causa, ma effetto!
La Maya è solo mentale, diciamo che ogni volta si cerchi l’essenza di Maya essa scompare? Si, nessuna emanazione mentale può capire Maya, per una semplice ragione: per farlo dovrebbe farla finire, cioè il DIO che genera Maya, – che è tutto ciò che E’ – Maya è qualcosa che il DIO invece FA…
Il processo mentale, essendo un “effetto”, ha necessità di essere “Prima pensato”, quindi non può mai essere nell’adesso.
Così, si spiega la struttura della risposta di Vishnù e le ragioni che impediscono la comprensione della magia di Maya.
Dice: “
Nessuno può comprendere la mia maya. Nessuno l’ha mai compresa. Non vi sarà mai alcuno capace di penetrarne il segreto.”
L’uso dei due termini “Nessuno” e “alcuno”, significa esattamente quello.
Nessuno e Alcuno sono pronomi indefiniti, presuppongono l’esistenza di altri, il che è impossibile essendo DIO TUTTO CIO’ CHE C’E’.
Non è quindi per mantenere una segretezza, è anzi la conferma che non esiste alcun segreto, che Maya è un gioco nella coscienza di DIO.
Il Bambino d’Oro che scopre l’infinita intelligenza, l’infinibile presenza del suo essere, e questo lo rende onnipotente!
Whath else?

Franco Remondina