Permettete una spiegazione?  A questo punto diviene indispensabile.

Per farlo, prendo questo racconto che  ho già inserito nell’articolo 438.

La domanda che tutti conoscono: “Quale è il segreto della tua Maya?” merita finalmente la risposta: le scritte in neretto sono gli indizi, tra parentesi il vero significato.

“C’era una volta un giovane principe, Kamadamana, «Domatore di desideri» (perchè ve lo dice? Per il fatto che è il “desiderio” il motore invisibile delle cose), che, comportandosi secondo lo spirito del suo nome, passava la vita praticando le più rigide discipline ascetiche. Ma suo padre, (la linea di sangue che ostacola) che desiderava che egli si sposasse, un giorno gli rivolse queste parole: «Kamadamana, figlio mio, che ti succede? Perché non prendi moglie? Il matrimonio porta la realizzazione di tutti i desideri di un uomo e il raggiungimento della perfetta felicità. Le donne sono la radice stessa della felicità e del benessere. Perciò va’, figlio mio, e sposati».( Questa è la richiesta dell’Inerzia della linea di sangue) Il giovane rimase silenzioso per rispetto (Si accorge dello schema emotivo legato al ricatto che viene messo in atto) verso il padre. Ma (Questo “ma” significa che il ricatto, essendo stato riconosciuto, perde il suo potere di coercizione) quando poi il re insistette e lo esortò ripetutamente, Kamadamana rispose: «Amato padre, io seguo la linea di condotta indicata dal mio nome. Il divino potere di Vishnu, che sostiene e tiene avviluppati sia noi stessi sia tutto ciò che è al mondo, mi è stato rivelato». (Questa è la dichiarazione di un “cambiamento della configurazione dei coni attentivi”, Annuncia alla linea di sangue che la sua “coscienza originale” è ritornata  a essere quella “privilegiata dall’attenzione.)  Il regale genitore si arrestò solo un momento per riconsiderare il problema, e poi accortamente imperniò le sue argomentazioni (La coscienza del giovane è incredibilmente più ordinata e evolutiva rispetto a quella del Padre, perciò, quest’ultima DEVE adeguarsi) NON PIU’ sul richiamo del piacere personale ma su quello del dovere. (Sono i trucchi del ricatto emotivo inerziale) Un uomo dovrebbe sposarsi, dichiarò, per generare una prole, in modo che gli spiriti ancestrali nel regno dei padri non rimangano privi delle offerte di cibo dei discendenti e non piombino in miseria e disperazione indescrivibili. (Cioè gli chiede di adottare lo schema della linea di sangue riguardo all’immortalità, cioè procreare per conservare la “memoria dell’errore ancestrale”. La linea di sangue  sta disperandosi…)

(Richiesta vana, la coscienza del giovane non è più manipolabile dalla linea di sangue) «Amato padre » disse il giovane « sono passato attraverso migliaia di vite. Ho sofferto morte e vecchiaia molte centinaia di volte. Ho conosciuto l’unione con la sposa e la perdita. Sono stato erba e cespuglio, albero e rampicante. Ho vissuto fra gli animali domestici e le fiere. Molte centinaia di volte sono stato un brahmano, una donna, un uomo. Ho condiviso la beatitudine delle dimore celesti di Siva, ho vissuto fra gli immortali. In verità neppure fra gli esseri sovrumani esiste varietà alcuna la cui forma io non abbia assunto più di una volta: sono stato demone, spirito maligno, guardiano dei tesori della terra; sono stato uno spirito delle acque fluviali; sono stato una ninfa celeste; sono stato anche re dei demoni-serpente, Nagaraja. Ogni volta che il cosmo si è dissolto per essere riassorbito nell’essenza, forma del Divino, sono svanito anch’io; e quando poi l’universo si sviluppava di nuovo, anch’io ritornavo all’esistenza, per vivere un’altra serie di rinascite. Senza cessare sono caduto vittima dell’illusione dell’esistenza, e sempre per aver preso moglie. (se fai quello che hai sempre fatto, ottieni quel che hai sempre ottenuto) «Lascia che ti narri» continuò il giovane «qualcosa che mi è accaduto durante la mia penultima incarnazione. Il mio nome in quell’esistenza era Sutapas, “colui il cui ascetismo è buono”. Ero un asceta e la mia ardente devozione per Vishnu, il Signore dell’Universo, mi conquistò il Suo favore. Compiaciuto perché avevo portato a buon fine numerosi voti, egli apparve dinanzi ai miei occhi mortali, assiso su Garuda, l’uccello celeste. (NOTATE LA PREMESSA? Questa è l’entrata in scena della Vista Esterna per il padre, nel racconto, ma anche per voi che leggete) “Ti concedo un desiderio” disse. ( Da questo momento in poi, il vostro sistema, senza che ve ne accorgiate, considera “fiaba”, “fantasia”, tutto quel che segue, con relativo uso delle correlazioni tra pensieri, che vengono considerati senza l’intervento del tatto interno, cioè delle impressioni adatte)

“Qualunque cosa desideri sarà tua”. (Ovvio che, apposta perchè non si trova corrispondenza nella linea di sangue, questa proposta viene classificata come irrealizzabile, non concreta, oltre che a far scattare il “sensore di impossibilità”, che impedisce persino la partenza del transfert: “Come sarebbe se succedesse a me?”. Lo potete verificare dal fatto che “volete vedere cosa chiede Lui”… Voi? Siete scomparsi!) «Al Signore dell’Universo diedi questa risposta: “Se sei compiaciuto di me, fammi comprendere la tua maya!”. (Questa è la domanda delle domande, infatti il dio, “scritto in minuscolo”, risponde con una domanda. Perchè? Qui, si vede quel che ho scritto sopra, non esiste una tale richiesta nella linea di sangue, perciò è un attimo di stravolgimento del giovane in termini di richiesta. Inoltre l’uso del verbo dare, coniugato al passato remoto,”diedi”, dice che è un pensato dell’evento.)

“A che ti servirebbe comprendere la mia maya?” rispose il dio. (Sempre in minuscolo la parola dio… Sono i dubbi  del giovane, che allora aveva nome Supatas: avrei potuto chiedere altro? Ricchezze, fama etc etc) “Ti concederò invece lunga vita, l’adempimento dei tuoi doveri e compiti sociali, ogni ricchezza, salute, e piacere, e figli eroici”. “Questo,” dissi io “proprio questo è ciò di cui desidero liberarmi e che voglio superare”. – Il dio proseguì: “Nessuno può comprendere la mia maya. Nessuno l’ha mai compresa. Non vi sarà mai alcuno capace di penetrarne il segreto.”

Molto, molto tempo fa, viveva un santo veggente di nome Narada, simile agli dèi, che era figlio dello stesso dio Brahma, e pieno di ardente devozione verso di me. Come te, meritò la mia grazia, e gli apparvi, proprio come ora appaio a te. Gli concessi un desiderio e Narada chiese esattamente quello che hai chiesto tu. Benché l’avessi ammonito di non indagare oltre il segreto della mia maya, egli insistette, proprio come te. Quindi gli dissi: ‘Tuffati in quell’acqua e sperimenterai il segreto della mia maya. Narada si immerse nel laghetto.

AVETE COMPRESO?

Come dite? Cosa c’è da comprendere?

Ve lo spiega in quel capoverso, così come ve l’ho spiegato nei precedenti capoversi in neretto.

Rifacciamo? Ok, secondo tentativo…Ripartiamo dalla risposta: “A che ti servirebbe comprendere la mia maya?” rispose il dio.”Ti concederò invece lunga vita, l’adempimento dei tuoi doveri e compiti sociali, ogni ricchezza, salute, e piacere, e figli eroici”. “Questo,” dissi io “proprio questo è ciò di cui desidero liberarmi e che voglio superare”. – Il dio proseguì: “Nessuno può comprendere la mia maya. Nessuno l’ha mai compresa. Non vi sarà mai alcuno capace di penetrarne il segreto.

Molto, molto tempo fa, viveva un santo veggente di nome Narada, simile agli dèi, che era figlio dello stesso dio Brahma, e pieno di ardente devozione verso di me. Come te, meritò la mia grazia, e gli apparvi, proprio come ora appaio a te. Gli concessi un desiderio e Narada chiese esattamente quello che hai chiesto tu. Benché l’avessi ammonito di non indagare oltre il segreto della mia maya, egli insistette, proprio come te. Quindi gli dissi: ‘Tuffati in quell’acqua e sperimenterai il segreto della mia maya. Narada si immerse nel laghetto.

AVETE COMPRESO?

Ancora no?, Ok, proseguiamo…

Poi ne riemerse, sotto forma di fanciulla. «Narada uscì dall’acqua tramutato in Susil, ‘la virtuosa’, la figlia del re di Benares. E poco dopo, quando fu nel fiore della giovinezza, suo padre la diede in sposa al figlio del re del Vidarbha, suo vicino. Il santo veggente e asceta, sotto forma di fanciulla, sperimentò appieno le delizie dell’amore. A suo tempo poi il vecchio re del Vidarbha morì e lo sposo di Susil gli successe al trono. La bellissima regina ebbe numerosi figli e nipoti e fu incomparabilmente felice. «Tuttavia, col passare del tempo, fra lo sposo e il padre di Susil sorse una contesa, che in breve divenne una guerra furibonda. In una sola tremenda battaglia molti dei suoi figli e nipoti, suo padre e il suo sposo furono uccisi. E quando seppe dello sterminio, Susil si recò addolorata dalla capitale al campo di battaglia, per elevare laggiù un lamento solenne. Fece costruire una pira gigantesca e vi pose sopra i cadaveri dei suoi parenti, dei suoi fratelli, figli e nipoti, e poi, fianco a fianco, i corpi dello sposo e del padre. Con le sue stesse mani appiccò il fuoco alla pira, e quando le fiamme si alzarono gridò: ‘figlio mio, figlio mio!’, e allorché le fiamme ruggirono si gettò nel fuoco. La vampa divenne immediatamente fresca e trasparente; la pira divenne un laghetto e in mezzo all’acqua. Susil trovò se stessa, ma nuovamente nelle spoglie del santo Narada. Il dio Vishnu, tenendo il santo per mano, lo stava conducendo fuori del laghetto cristallino. «Dopo che il dio e il santo ebbero raggiunto la riva, Vishnu chiese con un sorriso ambiguo: ‘Chi è il figlio del quale lamenti la morte?’. Narada ristette vergognoso e confuso. Il dio proseguì: ‘Questa è l’apparenza della mia maya, dolorosa, cupa, maledetta. Né Brahma, nato dal loto, né alcuno degli altri dèi, non Indra e neppure Siva, possono penetrare la sua insondabile profondità. Perché o come potresti tu conoscere l’imperscrutabile? «Narada pregò che gli fossero concesse fede e devozione perfette, e la grazia di ricordare quest’esperienza per tutto il tempo a venire. E chiese inoltre che il laghetto nel quale era entrato, come in una fonte iniziatica, potesse divenire un luogo sacro di pellegrinaggio e che le sue acque, grazie alla presenza segreta e perenne del dio che vi era entrato per trarre il santo fuori delle loro magiche profondità, fossero dotate del potere di mondare ogni peccato. Vishnu esaudì i pii desideri e immediatamente scomparve, ritirandosi nella sua dimora cosmica nell’Oceano di Latte, sdraiato sul serpente Ananta (infinito).

Adesso, ve lo dice di nuovo:

“Ti ho narrato questa storia” disse Vishnu, prima di allontanarsi allo stesso modo dall’asceta Sutapas “per insegnarti che il segreto della mia maya è imperscrutabile e non deve essere conosciuto. Se lo desideri, anche tu puoi tuffarti nell’acqua e saprai perché è così. Ma un’altra ero apparso di nuovo dinanzi al santo nel suo eremo e gli avevo accordato l’esaudimento di un suo desiderio. «Mostrami il potere magico della tua maya» aveva di nuovo pregato Narada, e io risposi: «Te lo mostrerò. Vieni con me”. Anche questa volta con quel sorriso ambiguo sulle labbra deliziosamente incurvate. Dall’ombra amena del boschetto romito Vishnu condusse Narada attraverso una distesa desertica che avvampava come metallo sotto l’ardore impietoso di un sole infuocato. Ben presto i due cominciarono a sentire la sete. A qualche distanza, nella luce abbacinante, scorsero i tetti di paglia di un minuscolo villaggio. Vishnu chiese: «Andresti laggiù a prendermi dell’acqua?». «Certamente, Signore» rispose il santo, e si avviò alla volta del lontano gruppo di case. Il dio si distese all’ombra di una roccia ad attendere il suo ritorno. Quando Narada raggiunse il villaggio bussò alla prima porta. Una bellissima fanciulla venne ad aprire e il sant’uomo sperimentò qualcosa che fino allora non aveva mai neppure sognato: l’incanto di quegli occhi. Sembravano quelli del suo divino Signore e amico. Rimase là a contemplarli. E scordò perché era venuto. La fanciulla, candida e gentile, gli porse il benvenuto. La sua voce fu una catena d’oro al collo del saggio. Movendosi come in una visione Narada entrò. Gli abitanti della casa furono pieni di rispetto per lui, e tuttavia per nulla intimiditi. Fu ricevuto con tutti gli onori, come un sant’uomo, e tuttavia non come un estraneo; piuttosto come una vecchia e venerabile conoscenza rimasta lontano per molto tempo. Narada rimase con loro, colpito dal loro contegno gaio e nobile, sentendosi perfettamente a suo agio. Nessuno gli chiese perché era venuto; gli parve di essere stato parte della famiglia da tempo immemorabile. E dopo un certo periodo, chiese al padre il permesso di sposare la fanciulla, il che altro non era se non ciò che in casa tutti si aspettavano. Divenne membro della famiglia e condivise con loro gli antichi oneri e le semplici gioie della vita contadina. Passarono dodici anni; ebbe tre figli. Quando il suocero morì divenne capofamiglia; ereditò la proprietà, la amministrò, allevando il bestiame e coltivando i campi. Il dodicesimo anno la stagione delle piogge fu particolarmente violenta: i fiumi si gonfiarono, torrenti si rovesciarono giù dalle colline e il piccolo villaggio fu sommerso da un’improvvisa inondazione. Una notte le capanne di paglia e il bestiame furono trascinati via e tutti fuggirono. Sostenendo la moglie con una mano, con l’altra conducendo due dei figli, e portando il più piccolo sulle spalle, Narada se ne andò in tutta fretta. Inoltrandosi nell’oscurità più profonda, sferzato dalla pioggia, si fece strada nel fango viscido, barcollando in mezzo ad acque vorticose. Il peso era più di quanto potesse sostenere con la corrente che gli portava via le gambe. D’un tratto inciampò, il piccolo gli scivolò dalle spalle e scomparve nel fragore della notte. Con un grido disperato, Narada lasciò andare gli altri bambini per riacciuffare il più piccolo, ma era troppo tardi. Intanto la piena trascinò via veloce gli altri due, e prima che si potesse rendere conto del disastro, gli strappò dal fianco la sposa, gli tolse il terreno sotto i piedi e come un tronco d’albero lo precipitò a capofitto nel torrente. Privo di sensi, Narada si arenò infine su una piccola roccia. Quando tornò in se, aprì gli occhi su una vasta distesa di acqua melmosa. Potette solo piangere e svenire. «Figliolo!» udì dire da una voce conosciuta, che quasi gli arrestò il cuore. «Dov’è l’acqua che sei andato a prendermi? Ti ho aspettato per più di mezz’ora». Narada si voltò. Invece dell’acqua vide il deserto scintillante nel sole del mezzogiorno. Trovò il dio in piedi alle sue spalle. Le pieghe crudeli della bocca affascinante, che ancora sorrideva, si schiusero nella soave domanda: «Comprendi ora il segreto della mia maya?».

OGNI VOLTA CHE ESPRIMETE L’INTENZIONE DI SODDISFARE UN DESIDERIO, INIZIA LA MAGIA DI MAYA.

Se lo desideri, anche tu puoi tuffarti nell’acqua e saprai perché è così.

Quindi gli dissi: “Tuffati in quell’acqua e sperimenterai il segreto della mia maya.” Narada si immerse nel laghetto.

«Andresti laggiù a prendermi dell’acqua?».

«Dov’è l’acqua che sei andato a prendermi? Ti ho aspettato per più di mezz’ora».

E’ l’Intenzione! Per non subire la Magia della Maya di Vishnù, devi essere Vishnù! Cioè essere consapevolmente Vishnù, il TUTTO CIO’ CHE E’.

Ogni volta che compare un Satupas, o un  Narada, o altri,  l’eternità scompare e compare il tempo di Narada, il giudizio di Narada, la “Vista interna di Narada”, il “mondo di Narada…

Avete notato la struttura frattale del racconto?  Una storia, dentro a una storia, dentro a una storia…

Il principe prese un momento di riposo e di silenzio, poi continuò rivolto verso il re padre. E ora ascolta cosa accadde al longevo Markandeya. Il grande Sadhu Markandeya vagabondava come un pellegrino senza meta dentro il dio Vishnu. Mentre vaga dentro il corpo di Vishnu visita i santi eremi nobilitati dalle pie occupazioni dei saggi e dei loro discepoli. Si ferma ai templi e ai luoghi sacri a fare atto di adorazione e il suo cuore si rallegra della religiosità della gente nei paesi che attraversa. Ma ecco l’imprevisto. Nel corso della sua interminabile passeggiata senza meta, il robusto vegliardo, senza accorgersene, scivola fuori della bocca del dio che contiene ogni cosa. Vishnu dorme con le labbra socchiuse, e il suo respiro risuona profondo e ritmico nell’immenso silenzio della notte di Brahma. E il santo attonito, cadendo dalle labbra gigantesche del dormiente, sprofonda a capofitto nel mare cosmico. Dapprima, a causa della maya di Vishnu, Markandeya non vede il gigante addormentato, ma solo l’oceano, completamente buio, che si allarga vasto nell’omniavvolgente notte senza stelle. È colto da sgomento e teme per la propria vita. Mentre si dibatte nell’acqua tenebrosa, ecco si fa pensoso, riflette e comincia a nutrire dei dubbi: «È un sogno? O sono preda di un’illusione? In verità questo fatto stranissimo deve essere il prodotto della mia immaginazione. Perché il mondo come lo conosco e come l’ho osservato nel suo corso armonioso non merita l’annientamento che ora sembra aver improvvisamente sofferto. Non c’è sole né luna né vento; le montagne sono tutte svanite, la terra è scomparsa. Che razza di universo è mai questo in cui sono capitato? Che cosa è reale e cosa non lo è?»

PER RICONOSCERE LA VERITA’ E’ necessario LIBERARSI DELL’INTENZIONE di conoscere il”segreto”della magia di Maya.

Questo è il vero segreto inconoscibile! La domanda di Narada, di Satupas era errata: dovevano chiedere al DIO (in maiuscolo perchè non è il pensato di Dio) che TUTTO E’ di poter riconoscere di AVERE QUEL CHE LUI E’.

Il santo, sperduto nella vasta distesa delle acque e sul punto di disperare, intravide infine la forma del dio dormiente, e fu colmato da stupore e gioiosa beatitudine. Parzialmente sommersa, la forma immensa sembrava una catena montuosa che si ergeva dalle acque. Risplendeva al suo interno di una luce meravigliosa. Il santo si avvicinò a nuoto, per esaminare quella presenza; e aveva appena aperto le labbra per chiedergli chi fosse quando il gigante lo afferrò, lo inghiottì senza tanti complimenti, e Markandeya si trovò nuovamente nel paesaggio ben noto del suo interno. Così, restituito bruscamente al mondo, dopo la visione armoniosa di Vishnu, Markandeya provò un’amara confusione. Riusciva solo a considerare la sua breve ma indimenticabile esperienza come una sorta di visione. Markandeya, tornato dentro, riprese la vita di prima. Come prima vagò per la vasta terra da santo pellegrino. Osservò gli yogin che si dedicavano a pratiche ascetiche nelle foreste. Mostrò la sua approvazione ai donatori di stirpe regale che offrivano costosi sacrifici con larghi doni ai brahmani. Osservò i brahmani che celebravano i riti sacrificali e ricevevano compensi generosi per la loro efficace magia. Vide tutte le caste dedicarsi piamente ai loro compiti rispettivi e osservò vigere pienamente tra gli uomini la sacra serie dei Quattro Stadi della Vita. Benevolmente compiaciuto di questo stato ideale delle cose vagò tranquillamente per un altro centinaio di anni.
Ma poi inavvertitamente scivolò un’altra volta fuori della bocca del dormiente e precipitò nel mare nero come la pece. Questa volta, nell’oscurità terrificante, in quel deserto acqueo di silenzio, vide un fanciullo luminoso, un bambino simile a un dio, pacificamente addormentato sotto un fico. Poi di nuovo, per effetto della maya, Markandeya vide il solitario fanciullo che giocava felice, per nulla spaventato in mezzo al vasto oceano oppure lo vide infante sdraiato su una foglia di palma, galleggiante, mentre si succhiava l’alluce del piede destro. Il santo era pieno di curiosità, ma i suoi occhi non riuscivano a sopportare l’abbagliante splendore del bambino, così si mantenne a una certa distanza e, mentre si teneva a galla sulle tenebrose profondità, rifletteva. Markandeya pensò: «Mi sembra di ricordare di aver già contemplato qualcosa di simile, molto, molto tempo fa». Ma poi la sua mente divenne consapevole della profondità insondabile dell’oceano sconfinato e fu vinta da un terrore che lo raggelò. Il dio, nelle sembianze del fanciullo divino, gli disse dolcemente: «Benvenuto, Markandeya!». La sua voce aveva il timbro dolce e profondo del tuonare melodioso di una nube scura, carica di piogge. Il dio lo rassicurò: «Benvenuto, Markandeya, non avere timore, figliolo. Non temere. Vieni qui». Il canuto santo senza età non riusciva a rammentarsi un tempo nel quale qualcuno avesse avuto l’ardire di rivolgersi a lui chiamandolo «figliolo», o di chiamarlo semplicemente con il suo nome senza alcun appellativo di rispetto che alludesse alla sua santità o alla sua nascita. Ne fu profondamente offeso. Per quanto fosse stanco, esausto per la fatica e in grande difficoltà, il santo si lasciò andare a una terribile manifestazione di collera: «Chi osa ignorare la mia dignità, la mia santità, e prendere alla leggera il tesoro di potere magico che ho accumulato in me con le pratiche ascetiche? Chi è costui, che insulta la mia età veneranda, pari a un migliaio d’anni secondo il computo degli dèi? Non sono avvezzo a questo genere di trattamento ingiurioso. Anche gli dèi più eccelsi mi trattano con eccezionale rispetto. Neppure Brahma oserebbe apostrofarmi in modo così irriverente. Brahma mi si rivolge cortesemente: ” longevo” mi chiama. Chi è, ora, che cerca la rovina, che si getta ciecamente nell’abisso della distruzione, butta via la sua vita, chiamandomi semplicemente Markandeya? Chi è costui, che merita la morte?». Quando il santo ebbe così dato espressione alla sua ira, il fanciullo divino, per nulla scosso, riprese il suo discorso: «Figliolo, sono il tuo genitore, tuo padre e tuo antenato, l’essere primevo che elargisce ogni vita. Perché non vieni a me? Conoscevo bene tuo padre. Si dedicò a severe pratiche ascetiche nei tempi andati per ottenere un figlio. Ottenne la mia grazia. Compiaciuto della sua perfetta santità, gli concessi un dono, e lui chiese che tu, suo figlio, fossi dotato di una forza vitale inesauribile e non divenissi mai vecchio. Tuo padre conosceva il centro segreto della sua esistenza, e tu provieni da quel centro. Per questo ora hai il privilegio di contemplarmi disteso sulle acque cosmiche primordiali che tutto contengono, e mentre gioco qui come un fanciullo sotto l’albero». I tratti di Markandeya si illuminarono di gioia. Gli occhi gli si spalancarono, come boccioli in fiore. In umile abbandono fece come per inchinarsi e pregò: «Fammi conoscere il segreto della tua maya, il segreto del tuo apparire ora come un fanciullo che giace e gioca sul mare infinito. Signore dell’Universo, con quale nome sei conosciuto? Credo che tu sia il Grande Essere di tutti gli esseri, perché chi altri potrebbe esistere come tu esisti? ” . Vishnu rispose: «Sono l’Uomo Cosmico Primordiale, Narayana (nara=uomo e yana=viaggio). Le acque, il primo essere; l’origine dell’universo. Io ho mille teste. Mi manifesto come la più sacra delle sacre offerte; mi manifesto come fuoco sacrificale che porta le offerte degli uomini sulla terra agli dèi nel cielo. Allo stesso tempo mi manifesto come Signore delle Acque. Nei panni di Indra, il re degli dèi, sono il primo fra gli immortali. Sono il ciclo dell’anno, che genera tutte le cose e nuovamente le dissolve. Sono il divino yogin, il prestigiatore o mago cosmico, che opera meravigliosi trucchi d’illusionismo. I magici inganni dello yogin cosmico sono gli yuga, le età del mondo. Questo spettacolo, il miraggio del fenomeno dell’universo, è opera del mio aspetto creativo; allo stesso tempo però sono il gorgo, il vortice distruttivo che risucchia tutto quello che è stato manifestato e pone fine alla processione degli yuga. Io sono il tempo. Io pongo fine a tutto ciò che esiste. Il mio nome è Morte dell’Universo”. E con voce profonda e risonante il fanciullo divino continuò a parlare, e l’insegnamento sgorgò dalle sue labbra in un flusso meraviglioso, che colmava l’anima di gioia: “lo sono l’ordine sacro (dharma), sono l’ardore incandescente dello sforzo ascetico (tapas), sono tutte quelle apparenze e virtù attraverso cui si manifesta la vera essenza dell’esistenza. Sono il Signore-Creatore-e-Generatore-di-tutti-gli-Esseri (Prajapati), l’ordine del rito sacrificale, e sono chiamato il Signore della Sapienza Sacra. Mi manifesto come luce celeste, come vento e terra, come l’acqua degli oceani e come lo spazio che si estende nei quattro punti cardinali, che sta fra i punti cardinali, che continua al di sopra e al di sotto di essi. Sono l’Essere Primo e il Rifugio Supremo. Da me prende origine quello che è stato, che sarà, o che è. E qualunque cosa tu possa vedere, sentire o conoscere nell’intero universo, sappi che io vi risiedo. Ciclo dopo ciclo, produco dalla mia essenza le sfere e le creature del cosmo. Rifletti su queste cose nel tuo cuore. Obbedisci alle leggi del mio ordine eterno e vaga felice per l’universo contenuto nel mio corpo. Brahma vive nel mio corpo, e così tutti gli dèi e i santi veggenti. Sappi che io sono Colui che manifesta, e la cui magia manifestante rimane tuttavia immanifesta e inafferrabile. Sono al di là delle mete della vita umana – l’appagamento dei sensi (kama), la ricerca della prosperità (artha) e il pio adempimento dei doveri sacri (dharma) – eppure indico queste tre mete come gli scopi consoni all’esistenza terrena». Con un agile movimento l’Essere Primo si portò poi alla bocca il santo Markandeya e lo ingoiò, e così quello svanì nuovamente nel corpo gigantesco. Questa volta il cuore del santo era talmente inondato di beatitudine che invece di vagare ancora cercò riposo in un luogo isolato. Là rimase in solitaria quiete e gioiosamente ascoltò il Canto del Cigno Immortale: la melodia all’inizio appena percettibile, segreta eppure universale del soffio vitale di Dio che entra, che esce. E questo è il canto che Markandeya udì: «Molte forme io assumo. E quando il sole e la luna sono scomparsi io galleggio e nuoto con lente movenze sulla distesa senza fine delle acque. lo sono il Cigno. Io sono il Signore. Io produco l’universo dalla mia essenza e sono perpetuamente nel ciclo del tempo che lo dissolve».

Il principe concluse – Come sai, o padre, Markandeya vaga ancora in beatitudine per il trimundio, senza una famiglia o senza ricchezza, anzi è appellato come colui che ha come ricchezza la semplicità e come ghirlanda studio delle scritture. – A questo punto il principe rimase in silenzio. Il re suo padre rimase in silenzio per un lungo attimo poi giunte le mani, molto lentamente si inchinò e lo salutò . I suoi occhi inumiditi, le sue rughe scomparse dal viso, si rialzò e baciò suo figlio, lo strinse a se come la cosa più bella al mondo, poi molto lentamente si voltò e tornò agli affari di governo. I santi uomini ringraziarono Vyasa avendo speso bene il loro tempo e proseguirono le loro attività quotidiane.

 

Franco Remondina